Cherasco: il borgo nato fortificato

Cherasco: il borgo nato fortificato

La storia di Cherasco non inizia tra le nebbie del tempo immemore, ma ha un atto di nascita preciso e una missione strategica ben delineata. Fondata ufficialmente il 12 novembre 1243, la città sorse sul pianalto “Carrasco” per iniziativa del Comune di Alba e di Manfredi Lancia, rappresentante dell’imperatore Federico II. Si trattò di una vera e propria operazione di ingegneria politica e militare: una “villanova” nata per proteggere i fuoriusciti di Bra dalle angherie dei signori de Brayda.

La rappresentazione ideale di Cherasco contenuta nel Codex Astensis, manoscritto realizzato intorno al 1353.

Una fortezza nata col tracciato dell’aratro

Sebbene il primo documento che attesta esplicitamente l’esistenza di mura risalga al 1289, Cherasco è stata concepita come un luogo fortificato fin dai suoi primi istanti. Il leggendario tracciamento dei confini con l’aratro, il sulcus primigenius, portò quasi immediatamente alla costruzione di opere difensive. Già nel 1277, un trattato di pace firmato presso la chiesa di Santa Maria dei Frati del Sacco menzionava una porta cittadina, a dimostrazione che il borgo fosse già protetto da mura e varchi d’accesso.

Questa fretta nel fortificare non era casuale. Il Comune di Alba aveva il forte interesse di disporre di una “villa fortem” al confine del proprio territorio, capace di schierare centinaia di armati a pochi chilometri dai nemici di Bra. Persino ai signori di Manzano, trasferitisi a Cherasco poco dopo la fondazione, fu imposto di abbattere il proprio castello d’origine per impegnarsi esclusivamente nella difesa del nuovo borgo.

Le porte e la vita all’ombra degli spalti

Una rappresentazione delle mura di Cherasco intorno alla metà del Cinquecento. Il muro che circonda il borgo è ancora quello medievale, un sottile muraglione di pietre e mattoni. Nel Seicento arriveranno i grandi bastioni di terra per ammortizzare i colpi di artiglieria.

L’accesso alla città era garantito da quattro porte principali, situate in corrispondenza degli assi viari primari:

  • Porta di Bra a nord;
  • Porta di San Martino (o Manzano) a est;
  • Porta di Narzole a sud;
  • Porta di Cervere a ovest.

Il Comune dedicava una cura maniacale alla manutenzione di queste strutture. Gli antichi Statuti comunali rivelano una rigida regolamentazione urbana. Attorno alle mura correva una strada esterna per i controlli periodici, mentre all’interno esisteva una “via di lizza” (uno spazio libero tra le case e le mura) per permettere il rapido movimento degli armati in caso di attacco.

Le regole erano ferree: era vietato transitare con carri o bestiame su queste strade per non danneggiarle. Inoltre, per ragioni di sicurezza militare, le abitazioni più alte delle mura dovevano essere costruite ad almeno 18 metri (6 trabucchi) di distanza dalla cinta, per evitare che potessero diventare punti deboli durante un assedio. Solo nel quartiere di Santa Margherita, caratterizzato da un’alta densità demografica, le case arrivarono a ridosso delle fortificazioni.

Un modello di città programmata

Cherasco rappresenta un esempio medievale di città “pianificata” a tavolino. Dagli statuti emerge l’immagine di un centro dove la volontà ordinatrice del ceto dirigente cercava di prevenire il caos, trasformando ogni elemento architettonico in uno strumento di controllo e difesa.

Ancora oggi, osservando la pianta regolare del centro storico, si può percepire l’eco di quel 1243, quando una comunità costruì, mattone dopo mattone, non solo una città, ma un baluardo di autonomia e protezione. Cherasco non fu solo un rifugio per gli esuli di Bra, ma la materializzazione fisica di un progetto politico che ha saputo resistere al tempo, protetto dalle sue scarpate e dalle sue mura.

(Le strutture difensive di Cherasco, prima parte)

Diego Lanzardo

 

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