Cherasco e lo scudo d’acqua: l’ingegneria difensiva nel Medioevo
Cherasco e lo scudo d’acqua: l’ingegneria difensiva nel Medioevo
La storia di Cherasco si intreccia indissolubilmente con la necessità di proteggersi. Nata come “villanova” nel XIII secolo, la città dovette dotarsi rapidamente di un apparato difensivo all’avanguardia per l’epoca, capace di sfruttare non solo la pietra e il mattone, ma anche l’elemento naturale più prezioso: l’acqua.
Un perimetro di torri e mura
Le difese di Cherasco non nacquero tutte insieme. Sebbene il nucleo originario risalga al Duecento, fu nel XIV secolo che il sistema si fece monumentale. Disegni del XVI secolo testimoniano la presenza di numerose torri di cortina, ovvero integrate nelle stesse mura.
Un elemento di spicco era la Torreta Marchionis, eretta intorno al 1312 in onore del marchese Manfredo IV di Saluzzo. Situata all’angolo tra le mura orientali e meridionali, questa torre non era solo un baluardo difensivo, ma un vero osservatorio strategico: da lì si dominava la valle del Tanaro, la confluenza con la Stura e le strade che portavano verso le Langhe e il Roero.
La vulnerabilità meridionale e la soluzione idraulica
Non tutti i lati della città erano ugualmente sicuri. Mentre i pendii naturali offrivano una protezione intrinseca su alcuni fronti, la zona meridionale — rivolta verso la pianura e la Porta di Narzole — era considerata il punto debole, il più esposto a tentativi di sfondamento.
Per rimediare a questa fragilità, i cheraschesi del Medioevo non si limitarono a innalzare mura, ma scavarono un profondo fossato. Questo si estendeva lungo tutta la cortina sud e proseguiva sul lato orientale fino alla Porta di Manzano (alla cima di quella che oggi è la Salita nuova). Tuttavia, un fossato asciutto sarebbe stato solo un ostacolo parziale. La vera chiave della difesa cheraschese risiedeva nella costante presenza di acqua, che trasformava la fossa in una barriera quasi insuperabile.
La “Bealera communis”: un’opera di alta ingegneria
Per mantenere il fossato sempre colmo, fu necessario un imponente lavoro di canalizzazione. L’acqua, non potendo essere prelevata da Tanaro o Stura, proveniva dalla cosiddetta Bealera communis (o bealera comune).
Questa condotta era alimentata da risorgive situate ai piedi del pianoro di Narzole, in un’area nota ancora oggi per la sua ricchezza idrica nei pressi della cascina Vernetta. Sfruttando la pendenza naturale del terreno, l’acqua percorreva circa tre chilometri prima di raggiungere le mura di Cherasco. Questo sistema non serviva solo a riempire il fossato per scopi militari, ma riforniva d’acqua anche gli abitanti della città, dimostrando una gestione integrata delle risorse idriche.
Gli Statuti dispongono il dovere di effettuare la manutenzione del canale artificiale che, attraverso la zona delle Vigne, arrivava fino alla Porta di Manzano e che, con la sua acqua, alimentava anche il fossato del castello fatto costruire dai Visconti.
L’esistenza della Bealera communis nella zona detta «della Vernetta» è attestata anche in una causa civile del 1371 (conservata nell’Archivio storico comunale), nella quale si cita un terreno di una giornata piemontese posto “in Verneta” e confinante, oltre che con gli eredi di Guglielmo Sodano e Ogerio Mayrano, anche con la Bealera communis .
Manutenzione e controllo: gli abitanti al lavoro nelle “decene”
Mantenere un tale apparato richiedeva uno sforzo collettivo e una legislazione rigorosa. Gli statuti cittadini e gli ordinati (le delibere del tempo) del Consiglio comunale testimoniano una cura costante per la manutenzione di fossati, mura e ponti.
Il lavoro pesante era affidato alle decene, gruppi di abitanti dei quattro quartieri della città, ma la direzione tecnica era sempre in mano ai magistri, capomastri professionisti pagati dal Comune per garantire che le murature, realizzate principalmente in mattoni e calce, fossero resistenti agli assalti. Particolare attenzione era riservata al ponte presso la Porta di Narzole, l’unico punto di passaggio che permetteva di superare lo “scudo d’acqua” meridionale.
Oltre il fossato: difese esterne e castelli
Il sistema difensivo era completato da opere accessorie come i rivellini (strutture in muratura poste a protezione delle porte) e sono ancora gli Statuti a parlarci di «spalda, bataglerie, balfredi et alia artificia» ai quali veniva dedicata una particolare opera di manutenzione e potenziamento. Opere comprendenti postazioni per gli armati collocati a difesa del borgo. Nel 1348, con l’arrivo dei Visconti, la Torreta Marchionis fu probabilmente inglobata nel nuovo castello, segnando un’ulteriore evoluzione del complesso militare.
In conclusione, l’acqua della bealera, scorrendo silenziosa per chilometri, rappresentava un efficace deterrente contro le ambizioni dei conquistatori, trasformando la geografia del territorio in una strategia di sopravvivenza.
(Le strutture difensive di Cherasco, seconda parte)
Diego Lanzardo
